Archive for the ‘decrescita felice’ Category

Mi perdoni Douglas Adams e i suoi eredi per la pessima parafrasi del titlo del suo libro, ma la situazione è talmente surreale…

Parto dal post sul blog di Grillo IL DODO E IL MADE IN ITALY di Eugenio Benettazzo. Analisi semplificata, ma calzante della situazione in cui siamo finiti.

Parlando l’altro giorno con un responsabile di produzione di una azienda tessile locale con cui collaboro professionalemte (chissà ancora per quanto, viene da chiedersi) è emerso evidentemente che la ruota di cui si parla nell’articolo dei grilli tiberini è ormai quadrata e con i supporti grippati. Siamo al punto che le poche aziende che potrebbero ancora lavorare (in quel settore, sia chiaro) stanno trovando difficoltà a reperire i materiali da produzione (parliamo di filati) in quanto le filature italiane stanno chiudendo una dopo l’altra per la concorrenza cinese ed indiana. Si trovano quindi nella situazione paradossale di avere ordini e rischiare di non riuscire a dare un prodotto conforme alle precedenti forniture o ai campionari perchè la filatura che faceva quel particolare filato, con quella particolare tintura e soprattutto con quella qualità frutto di anni di collaborazione con i clienti, se va male ha chiuso.  Se va peggio è stata spostata in Croazia, Albania, Macedonia, Romania e chi più ne ha più ne metta.

Nel frattempo la politica, quando non si trastulla per cercare di non finire in galera, va a fare le missioni commerciali in Cina invitando gli imprenditori perché approfittino delle opportunità offerte dall’unico paese comunista più a destra della Tatcher. Ma fino a quando al governo c’è gente che non ha mai prodotto una virgola, e se l’ha prodotta ha tutto l’interesse a curarsi il proprio portafoglio in barba al benessere della nazione l’unica via di salvezza sta nel prepararci al meglio al ritorno alla campagna (sempre che nel frattempo non ci abbiano costruito sopra una piattaforma logistica per le merci in arrivo dallo stesso paese comunista più a destra della Tatcher).

Ormai abbiamo un debito pubblico che è una zavorra che frena qualsiasi opzione: lavoriamo per pagare i debiti contratti negli anni da politici corrotti e incapaci. Come possiamo pensare che restino le risorse per ritornare ad essere competitivi quando le uniche cose che si sentono sono “dobbiamo sostenere il consumo e il potere di acquisto degli italiani” PER COMPRARE LE SCARPE FATTE IN INDIA?! Solo questo riescono a concepire queste menti finissime dei nostri politici nazionali? Quelli che dovrebbero decidere del nostro futuro?

La ruota di cui si parla nell’articolo citato sopra fa parte di un meccanismo insostenibile, che ha funzionato finché ha potuto, ma non smetterò mai di pensare che la crescita infinita in un sistema chiuso come una palla di terra galleggiante nel nulla siauna chimera per sessanta-settantenni con ancora nelle narici l’odore del boom economico che è ancora riuscita a dare ai figli un miglioramento del tenore di vita. Noi trentacinque-quarantenni invece siamo la prima generazione che probabilmente non sarà in grado di fare lo stesso con i propri figli (Pessimista! Cassandra!) perchè dovrà mangiarsi i risparmi dei genitori per campare. Poi qualche anno di guerra civile ci darà il colpo di grazia e saremo pronti per partire (ed emigrare in Cindia).

Forse.

soldi_veriAh Silvio, non ti credono nemmeno più quelli di confindustria.

Abbiamo dato soldi veri, 140 milioni di euro destinati alle zone sottosviluppate, al comune di Catania per tappare la voragine di bilancio lasciata da due allegre gestioni Scapagnini, il tuo medico di fiducia che ti passa gli antiossidanti e il viagra.

Daremo soldi veri, qualche centinaio di milioni di euro, per non accorpare elezioni e referendum in nome di uno squallido calcolo politico.

Daremo soldi veri per consentire degli ampliamenti edilizi a chi di soldi ne ha (perchè chi non ha i soldi per arrivare a fine mese non pensa di ampliarsi la casa) già per far ridere nuovamente sti palazzinari delle palle, unico settore, quello del tondino e del calcestruzzo in mano per buona parte a mafiosi e paramafiosi e con un contenuto tecnologico fermo all’età della pietra. Silvio: ti faccio una rivelazione. Un cementificio funziona con lo stesso sistema da circa 100 anni. Il massimo della ricerca è capire come usare le ceneri degli inceneritori nei calcestruzzi senza che la gente si ammali troppo in fretta. Il tondino è così anche lui da 100 anni e fischia.

Se proprio non riusciamo a svincolarci dal PIL in eterna crescita, è possibile che non si riesca a incentivare un settore ad alto contenuto tecnologico, dove si sviluppi conoscenza, sapere, know how? No. Soldi a fondo perduto per fare cemento, tondini e automobili, forni a 4 ruote vecchi di 100 anni con attorno un fottio marchingegni per ottimizzare un prodotto fallimentare.

Però non possiamo aspettrci altro, fino a quando al potere ci saranno dei vecchi balordi pieni di cocaina e viagra con un’aspettativa di vita di 10 anni.

Mio figlio di 2 anni li ringrazia anticipatamente per il deserto che troverà tra qualche anno.

…fanculo…

E ci risiamo. Quando due nani con manie di grandeur si incontrano, il cocktail non può essere che esplosivo e il cetriolo è già all’altezza giusta per i nostri deretani.

Lo so che adesso si scatenerà la ridda dei commentatori tuttologi e filosofi del si o no al nucleare, ma io mi soffermerei su un piccolo dettaglio: può un governo andare contro un referendum popolare? Insomma: seppure sull’onda emotiva (perchè la nuvola di Chernobyl è stata solo frutto di un’emozione e gli aumenti di problemi alla tiroide nelle donne oggi non è nemmeno per sogno riconducibile a quel fenomeno emotivo) di un grave incidente nucleare, il paese ha detto no alle centrali atomiche. Punto. Io non sono un giurista e non conosco la materia, ma è possibile che, a parte l’essere a favore o contro, non ci sia prima uno scoglio legislativo a questa decisione?

Siccome non voglio essere tacciato di ambientalismo aprioristico e disfattista, darò per scontata una cosa: le centrali nucleari attuali sono intrinsecamente sicure (non è possibile, ma voglio crederci).

Adesso alcune riflessioni oggettive e non emotive.

  • Le centrali andranno a regime teorico nel 2020. Essendo in Italia saranno pronte nel 2030, quando (si spera) una buona parte dei mammuth che hanno condotto l’operazione saranno sotto terra vicino alle scorie delle centrali degli anni ’80. Fino ad allora che cazzo faremo? Bruceremo petrolio come sempre e in più ne consumeremo ancora di più perchè la costruzione di una centrale nucleare è dispendiosa in termini energetici, e in più ipotecheremo un consumo di petrolio futuro per il decommissioning delle centrali stesse.
  • L’energia elettrica prodotta dalle centrali a livello mondiale copre il 6,5% del fabbisogno complessivo. Ci sarà un motivo oltre una semplice questione psicologica. Il motivo è molteplice: i costi, il ROI pessimo, la difficoltà di approvvigionamento del materiale fissile, la disponibilità di siti di stoccaggio delle scorie. Certo è che se si ragiona come quel fenomeno di Tullio Regge, altro mammuth che farebbe bene a tacere, per cui le scorie vanno interrate nel sahara allora è tutto semplice, ma non mi sembra corretto andare a scaricare la nostra monnezza della peggior razza in un paese che ha già soportato ogni sorta di vilipendio in nome del nostro benessere. Ah Tullioooo! Ma a te la morale e l’etica ti fanno schifo?
  • L’uranio da Miniera a livello mondiale ad oggi soddisfa solo più il 50% del fabbisogno complessivo attuale mentre il restante materiale fissile deriva dalla dismissione degli arsenali nucleari (Studio ASPO). Inoltre le risorse attuali consentirebbero uno sfruttamento futuro per un massimo di 25 anni se l’uranio divenisse una fonte massiva come il petrolio (Sempre fonte ASPO).
  • The oft-hailed ‘Nuclear Renaissance’ has run into major problems. A large-scale program to make a serious impact on climate change, like 1 gigaton CO2 reduction (of the 7 Gig reduction needed), would involve 700 one-gigawatt nuclear power plants in addition to more plants for replacing existing aging plants, since many plants are approaching retirement age (see charts showing average age of plants, and estimated retirement dates). This implies building 21 one-gigawatt plants per year over the coming 50 years, as well as investing in 11 to 21 fuel enrichment plants, 18 fuel element factories, 10 Yucca mountains to store the spent fuel, and 5 times the current uranium mining capacity. A simple EROI model shows that such a program will only start to make a net CO2 reduction, and start to make money from the program as a whole, after 32 years – if it’s on schedule and all goes well.

    Current experience with new plants shows they are still over budget and behind schedule, even in early stages of construction (Finland plant example – several reactors under construction). These lengthy construction times, high costs, and high level of uncertainty will make investment money difficult to find, especially at a time when financial risk management and obtaining loans has become a major problem.

    The U.S. largely ended nuclear plant construction in 1973 when financial credit dried up.

    In the present financial environment, no private company can find the capital to build nuclear plants without government help, and governments are increasingly strapped as well. Note that Barcelona has a half-dozen huge new buildings that have been abandoned as no capital is available to complete construction.

    The presenter shows EROI analysis for nuclear plants and materials – 20,000 tons of steel, 500,000 tons concrete etc. and estimates energetic payback time. He quotes a University of Sidney study which shows it takes 7.9 to 14 years to get net energy back, and an EROI in the range of 3:1 to 4:1. In the previous example of building 21 nukes per year, it will take 27 years before (positive) net energy comes from the system. (VII ASPO Conference Barcelona 2008)

    In sostanza si dice che il ritorno dell’investimento energetico nel nucleare è intorno al 3-4:1, ovvero servono 1 unità di petrolio per produrre l’equivalente di 3-4 unità energetiche di petrolio dal nucleare, che è al di sotto della soglia per cui una società come la nostra si può sostenere mantenendo questo stile di vita. Si dice inoltre che, visto che le centrali esistenti sono alla fine del loro ciclo, per produrre una sensibile riduzione dei gas serra servirebbero 700 nuove centrali da 1 GW oltre che fino a 21 nuovi impianti di arricchimento, 5 Yucca Mountains per stivare le scorie oltre che una capacità estrattiva dell’uranio 5 volte superiore a quella attuale. Tutto questo pensando di lavorare per i prossimi 50 anni. Facendo un’analisi di ritorno energetico, questi investimento inizierebbe a produrre un’effettivo beneficio in termini di CO2 e di energia dopo 32 anni.

Ora, possiamo dire quello che vogliamo, ma i dati sono incontrovertibili: se i conti invece che gli economisti (e stiamo pagando sulla nostra pelle OGGI le idee degli economisti di ieri) li facessero gli esperti di energia i nostri due puffi potrebbero andare a metterselo in quel posto il loro nucleare.

Poi, per carità, la crisi petrolifera è in agguato, il picco del petrolio è stato passato e il problema è caldo, ma non credo che si possa risolvere con un investimento di questo tipo, quando per fare una centrale si brucia petrolio, perchè la nosta industria è fondata sul petrolio, sui combustibili derivati dal petrolio, non sui combustibili fissili. Se si capisce questo paradosso energetico si capisce anche che questi non sanno nemmeno di cosa parlano. Esempio del cazzo, ma esaustivo: scarseggia il petrolio per cui ho difficoltà a reperire il gasolio perchè costerà un occhio della testa o perchè non ce ne sarà a sufficienza per tutti. I materiali per costruire la mia centrale nucleare come li porterò sul posto? Con un camion con una prolunga di qualche centinaio di chilometri? L’uranio dalle miniere, ammesso che se ne trovi ancora facilmente accessibile, lo caveremo con i macchinari a carbone? O con un piccolo generatore nucleare portatile?  La nostra struttura economica globale dipende dal petrolio. Tutta. Le infrastrutture sono fatte per il petrolio e i suoi derivati. Sveglia gente. Non fatevi ciulare da queste sirene in malafede.

NUKE SUCKS!

Il Blog di Beppe Grillo: Il nucleare sicuro.

Aggiornamento al mio post di qualche giorno fa.

Date un’occhiata al post sul Blog di Grillo a proposito del Latte Crudo e all’intervista filmata dal Meetup di Brescia al Dr. Fausto Cavalli, agronomo zootecnico, coordinatore di Bevilatte srl, società di servizi per l’agricoltura.

Una cosa mi era sfuggita al primo colpo: la portata dell’affare. 18 MILIONI di euro sono un bel bottino per cui val ben la pena scomodare un sottosegretario compiacente per rimettere in riga questi allevatori che osano ribellarsi allo strozzinaggio della grande distribuzione.

Che schifo. Ma abbiamo il premier che rinegozia i termini ambientali con l’europa e festeggia soddisfatto per la sua “vittoria” (gli prendesse una brutta malattia), che ci aspettiamo dai suoi tirapiedi?

Io comunque continuo a berlo e a digerirlo, al contrario del Premier, di cui non mi son mai bevuto le stronzate e che non ho mai digerito.

Firmate la petizione. ORA. SUBITO. MARSH!

Banner petizione

E’ di questi giorni “l’allarme” lanciato con enfasi dal ministero della salute sul rischio contaminazione batterica da E.Coli del latte crudo venduto nei 2000 distributori alla spina che può causare blocchi renali. Pronta la reazione a questa emergenza sociale (9 casi sospetti) con decreti per la sospensione della vendita del latte crudo alla spina.

mucca_pazza

Tra le argomentazioni del ministro ci sta anche il fatto che il latte crudo sarebbe COMUNQUE da consumare DOPO bollitura e che molti distributori non informano adeguatamente il consumatore di questo comportamento.
Ad esempio sul mio distributore c’è scritto: essendo il latte sottoposto a rigorosi controlli, si può consumare senza bollitura a meno che non si voglia prolungarne la conservazione da un paio di giorni a 4-5 giorni.

Si vada sul sito www.milkmaps.com per trovare altre informazioni oltre che una graziosa intervista a un produttore apparsa su Il Resto del Carlino.

A parte la solerzia sospetta del ministero, mi sembra che esista un disciplinare tecnico-giuridico che regola la distribuzione di questo prodotto, a partire dai controlli che il prodotto deve subire alla fonte. E’ chiaro che c’è un rischio insito in ogni operazione che prevede dei passaggi di filiera, per di più con una catena del freddo in mezzo, ma arrivare all’allarme nazionale quando in Europa c’è un lieve problema con la carne suina alla diossina, mangimi alla diossina con chiusure di interi allevamenti in Irlanda, mi fa pensare che una qualche pressione lobbystica per accelerare lo stop a questi produttori indipendenti di latte non sia un’ipotesi campata in aria.

La pretestuosità delle argomentazioni dei detrattori del latte crudo è disarmante se si pensa a questo semplice fatto: se il bambino in questione fosse stato aggredito dal batterio E. Coli tramite il distributore di latte crudo, non credete che, a meno che non fosse stato L’UNICO consumatore quel giorno e non avesse incontrato L’UNICO BATTERIO presente nei 100/200 litri di latte contenuti in un distributore, avrebbero dovuto esserci altri casi contemporanei di infezione più o meno virulenta? Questo povero bambino ha da essere il più sfigato del paese, povera stella. Se qualche epidemiologo di buona volontà vorrà prendersi la briga di sciorinare il suo sapere, è pregato di contestare questa osservazione di statistica da quattro soldi.

Mi piacerebbe che la stessa solerzia e attenzione alla nostra salute fosse indirizzata anche verso la proliferazione di inceneritori e altre tecno-porcate che seminano diossine a norma di legge.

Io, comunque, continuerò a berlo e continuerò a sostenere l’azienda agricola che si affranca dallo strozzinaggio dei grossisti e che produce un prodotto che è PIU’ BUONO.

Aggiornamento: Latte crudo in Italia – Blog della Dott.ssa Claudia Costanza

Non so se essere contento o essere preoccupato, ma per il momento mi godo la prima sensazione: i negoziati sul commercio globale del WTO sono andati all’aria perchè non c’è stata convergenza su chi doveva fare prima un passo verso l’altro.

Tutto questo mi conforta e mi conforta anche il commento di Domenico Siniscalto su “La Stampa” di Torino di oggi intitolato “Il Mercato Che Divora Se Stesso”, analisi che fatta da un economista suona come le unghie sulla lavagna, ma che per l’uomo della strada non è così difficile da capire. Si trattava di subire delle scelte drammatiche per cui le agricolture di molti paesi “ricchi” sarebbero state messe in ginocchio dalla potenza di fuoco a basso costo di economie drogate come quella cinese: penso all’invasione dei “pomodorini Pechino” a qualche centesimo al chilo prodotti da un esercito di 800.000 contadini cinesi disperatamente poveri. Di primo acchito posso pensare che sarebbe giusto anche loro avessero una possibilità di affrancarsi, ma non è con questi accordi che si risolve il problema dei contadini cinesi: in questa maniera si favorirebbero solamente le finanze della Cina, il cui governo è l’interfaccia commerciale con l’estero, che non reinveste in maniera seria i suoi guadagni all’interno, ma accumula fortune di riserve monetarie estere (perchè avere una bomba atomica come mezzo di pressione politica quando con un tuo gesto puoi cancellare dalla faccia della terra l’economia di una potenza come gli Stati Uniti?).

Come giustamente dice Siniscalco, il problema è vedere se l’economia capirà che le basi del WTO non sono più adeguate alla situazione mondiale, che il “mercato” non ha dimostrato di possedere quella capacità di autoregolazione che i liberali propugnano.

Intanto mi piacerebbe vedere delle politiche economiche locali innovative, che vadano verso una filiera corta e sensata: non me ne frega una mazza di poter importare gli ananas dal sudamerica a un prezzo più basso perchè ho tolto i dazi (e anche fosse, pensate veramente che questo inciderebbe in maniera sostanziale sul prezzo la pubblico?), vivrò anche senza ananas. Vivrò anche senza pomodori tutto l’anno, basta che quando sia stagione li possa trovare maturi, buoni, genuini e che non arrivino dall’altra parte del mondo.

Se ritornassimo a pensare con il buonsenso non ci sarebbe nemmeno il problema di WTO o palle varie, ma bisogna uscire da questa spirale schizofrenica del consumismo a tutti i costi. Inevitabilmente ci sarà una crisi prima o poi: siamo un sistema chiuso, limitato e finito e non possiamo pensare che la crescita possa continuare in eterno checchè ne dicano gli economisti, i politici e i cretini; prima o poi il meccanismo si dovrà fermare per mancanza di risorse o per mancanza di domanda.

La domanda è: siamo pronti? Ci stiamo muovendo per attutire il colpo o il treno ci investirà in pieno mentre ignari passeggiamo allegramente sui binari?

Remarks of Robert F. Kennedy at the University of Kansas, March 18, 1968

Da un discorso tenuto da Bob Kennedy, ucciso pochi mesi dopo durante la campagna elettorale, alla Università del Kansas il 18 Marzo 1968.

“But even if we act to erase material poverty, there is another greater task, it is to confront the poverty of satisfaction – purpose and dignity – that afflicts us all. Too much and for too long, we seemed to have surrendered personal excellence and community values in the mere accumulation of material things. Our Gross National Product, now, is over $800 billion dollars a year, but that Gross National Product – if we judge the United States of America by that – that Gross National Product counts air pollution and cigarette advertising, and ambulances to clear our highways of carnage. It counts special locks for our doors and the jails for the people who break them. It counts the destruction of the redwood and the loss of our natural wonder in chaotic sprawl. It counts napalm and counts nuclear warheads and armored cars for the police to fight the riots in our cities. It counts Whitman’s rifle and Speck’s knife. And the television programs which glorify violence in order to sell toys to our children. Yet the gross national product does not allow for the health of our children, the quality of their education or the joy of their play. It does not include the beauty of our poetry or the strength of our marriages, the intelligence of our public debate or the integrity of our public officials. It measures neither our wit nor our courage, neither our wisdom nor our learning, neither our compassion nor our devotion to our country, it measures everything in short, except that which makes life worthwhile. And it can tell us everything about America except why we are proud that we are Americans.
If this is true here at home, so it is true elsewhere in world.”

«Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (Pil).
Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana».

«Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle (…). Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.» (…)

«Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. (…) Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non perchè siamo orgogliosi di essere Americani. E se è vero qui a casa nostra, è altrettanto vero altrove nel mondo.»(*)

E i nostri nuovi condottieri, cavalieri dell’inciucio, 40 anni dopo, con tutto quello che è successo in mezzo e così profeticamente visualizzato da Robert Kennedy buonanima, stanno a spulciarsi la lanuggine dall’ombelico invocando a gran voce le meraviglie del PIL come fantomatico indicatore del nostro benessere.

NO, WE CAN’T.
(*) Mi scuso se la traduzione non è esatta, ma mi sembra che i concetti siano espressi correttamente. Devo dire onestamente che mi sono prima imbattuto nella versione italiana e poi ho cercato la versione originale. Ho corretto solo la frase finale dove il concetto patriottico espresso da Kennedy non era tradotto esattamente, ma non alterava in nessun modo il concetto di fondo dell'intero discorso.

THOR

Thor, quello vero.

Come il Dio del Tuono, figlio di Odino, ecco che si scatena la furia del frullatore nanoparticellare contro la dilagante “munnezza” partenopea.

Il CNR (Centro Nazionale per le Ricerche), ente di ricerca statale, si propone di risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani indifferenziati macinandoli finifinifini per ridurli a una nanopolvere combustibile attraverso un macchinario chiamato, per l’appunto, THOR.

Al di là della pregevole invenzione per applicazioni su piccola scala (rifiuti ospedalieri o rifiuti speciali difficili da trattare), far passare come buono il concetto di considerare i rifiuti (sia tramite inceneritori che con altre tecnologie) come combustibili mi sembra l’ultima delle direzioni da prendere.

Purtroppo nelle emergenze non c’è mai tempo di riflettere, e questo è un bene per quella parte di mondo industriale che vive sull’usa e getta e che non concepisce la filosofia del riciclo ne tantomeno quella dei “rifiuti zero”. Bruciare vuol dire distruggere definitivamente un oggetto che ha alle sue spalle una storia industriale fatta di materie prime vergini estratte e lavorate con dispendio di energia e risorse ambientali, che con un riciclaggio attento possono essere recuperate in parte per una successiva produzione di un nuovo manufatto. In un epoca di scarsità di materie prime e di fonti di energia, che l’importanza di questo concetto continui a venire sottovalutata mi lascia esterrefatto in quanto sintomo di totale demenza e mancanza di lungimiranza.

Tornando al nostro amico THOR esso si propone di convertire il rifiuto urbano indifferenziato in combustibile con un potere calorifico di 5500 Kcal/Kg (praticamente il pellet di legno di buona qualità) assimilabile a un carbone di buona qualità e utilizzabile solido o liquido in motori a biodiesel, in caldaie a vapore e in termovalorizzatori delle biomasse (=inceneritori). E siamo di nuovo punto a capo. Va bene recuperare questa porcheria, ma vogliamo capire che alla fine ci deve solo finire il residuo della differenziazione? E poi a bruciare queste nanopolveri, che cosa esce dai camini e dai tubi di scappamento? Aria fresca? Perchè non si fa menzione della natura del sottoprodotto di questi sistemi di combustione?

Esistono sistemi meccanici/biologici di recupero del rifiuto indifferenziabile (non indifferenziato, sia chiaro) che posti al termine della filiera di separazione e recupero dei rifiuti ottiene un risultato simile. Perchè non ne parla nessuno?

Siccome persone intelligenti in questo paese di decerebrati male informati ce ne sono leggetevi il pensiero di una di queste persone.

BASSOLINO, SANTO SUBITO!
IL BLOG DI STEFANO MONTANARI – giovedì 10 gennaio 2008

Come mille visitatori, come mille grazie, come mille e una notte, come i mille di Garibaldi, come Mille e non più mille, come se potessi avere mille lire al mese, come le mille bolle blu, come mille papaveri rossi, come mille giorni di te e di me, come la mille miglia, come un 8xmille con soglia di sbarramento e premio di maggioranza, come un 5xmille che fa gola alle tasche ingorde dei nostri politici, come i Mille splendidi soli di Kaled Hosseini…

E’ vero, in un mezzo come internet che permette la visibilità a milioni di persone mille contatti sono un’inezia, ma se si pensa che altrimenti il tuo pensiero (giusto o storto che sia, per carità) sarebbe rimasto confinato nella cerchia dei tuoi conoscenti (con quanti parliamo di politica, di religione, di giustizia? 10, 20?), per un neofita della blogosfera il sapere che 1000 persone hanno perso tempo per leggere qualcosa di tuo è comunque emozionante.

E allora lasciate che mi auguri “Mille di questi giorni”.

Con questo post vorrei spiegare il perchè di questo titolo.

Premetto che non mi sento a nessun titolo rappresentante di una frangia radicale, come va di moda etichettare in questi giorni chiunque esca dal seminato, e nonostante ciò mi sento stretto nei limiti che ci siamo imposti nel vedere la vita e nel valutare le priorità che ci governano.

Tutto ha avuto inizio con la lettura del libro “la decrescita Felice” di M. Pallante, dove si ipotizza una condotta di vita non improntata alla ossessiva ricerca della crescita economica e che non stabilisca in base a una semplice percentuale di crescita del P.I.L. (Prodotto Interno Lordo) la qualità della nostra vita.

In sintesi, si evidenzia come le nostre ideologie dominanti nella politica siano convergenti nonostante si dicano antitetiche, e soprattutto come non sia più chiaro chi sia il conservatore (storicamente la destra) e chi sia il progressista (la sinistra, nella comune definizione).
Entrambi gli schieramenti sono infatti fossilizzati sul pensiero unico di crescita economica come unico obbiettivo da perseguire e tendono a variare solo i mezzi con cui perseguirla; chi con il liberismo sfrenato, chi con la redistribuzione delle ricchezze.
Il risultato comunque porta all’instaurarsi di un sistema non sostenibile nel lungo periodo essendo fondato sulla necessità di crescita continua in un mondo che è comunque un sistema chiuso e finito.
La crescita è talmente importante che, come sottolinea Pallante nel suo libro, non è neanche più contemplata la decrescita nel dizionario dell’informazione, tanto che è stata soppiantata da crescita zero per definire la stagnazione e, peggio ancora, dalla crescita negativa per definire la decrescita (che se non fosse una cosa drammatica, sarebbe decisamente comica).

In nome di questo dogma si perpetrano nefandezze di ogni tipo e si prendono delle decisioni politiche miopi quanto scandalose nella loro arroganza lobbistica. In nome di questo dogma si rischia di negare un futuro ai nostri figli dopo che abbiamo rubato il futuro a una buona parte della popolazione mondiale.

Bisogna slegarsi dalla visione del mondo in termini monetari, ma iniziare a pensare in termini di sostenibilità delle nostre azioni.

Buona vita a tutti.





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